Caro Fabrizio,
ho letto su Nazione Indiana della tua inziativa di regalare un racconto a Sante, te ne invio uno in allegato.
E’ molto bella la lettera che hai scritto a Sante. Mi sono commossa nel leggerla.
Spero che al più presto si riesca a procurare la cura sperimentale per Sante.
Ne approfitto per farti gli auguri di buone feste.
Un abbraccio
Lucia
***
IL DONO
di Lucia Marchitto
La porta del frigo non bisogna solo accostarla ma spingerla bene per evitare che resti aperta, è talmente pieno! Ho fatto tre quarti d’ora di coda alla cassa!Dopo la fila infinita e la gimcana per arrivare al parcheggio e la coda in macchina per l’uscita dal supermercato e dopo aver depositato ogni cosa con cura accingendomi a preparare la torta mi sono accorta che non ho comprato il lievito!
Di ritornare nella jungla del supermercato non ne ho nessuna voglia. Per dirla tutta non ho neanche voglia di cucinare e friggere e impastare e cuocere. Per dirla in breve non ho proprio voglia di Natale. Che poi sarà uguale a quello dell’anno scorso, e dall’anno prima e ancora prima. Alla fine una grande abbuffata e basta. No, non basta, una grande abbuffata e un grande scambio di regali quasi sempre inutili e mai azzeccati. E come si fa a non comprare regali inutili quando nelle nostre case non manca praticamente niente?
Già lo so quello che succede a Natale ci si imbelletta, ci si profuma poi si mette tutto in macchina e si va dai miei suoceri. Sulla tavola la tovaglia rossa e il servizio di piatti bianchi con il bordo dorato e i calici di cristallo e i candelabri finto argento, o forse argento puro, non ho mai indagato. Da quella tavola non ci alzeremo fino a sera e, forse, se c’è un film per bambini andremo al cinema. E poi a nanna e stà storia del natale sarà finita anche quest’anno e non ci penseremo più fino all’anno prossimo.
Che poi a Natale sono tutti più buoni mi viene da ridere ma a pensarci bene forse non è neanche una bugia la gente se ne convince così bene da sentirsi buona per davvero e si prodiga nel fare, fare, fare. Ci si ricorda che da qualche parte c’è qualcuno che muore di fame. Che i randagi, cani e gatti, hanno bisogno di cure. Quest’anno a Natale mando dei soldi per i bambini africani, indiani, brasiliani. Ci si sente meglio poi quando si riempie il carrello, ci si sente così bene che lo si riempie di più.
Siamo così buoni a Natale che mi viene da piangere! Se anche incontri il collega più stronzo che più stronzo non c’è, allunghi la mano e ti scambi gli auguri, a volte succede a Natale che gli appioppi pure un bacio su entrambe le guance e che quello ricambi. Ricambia in un modo così spontaneo da sembrare perfino sincero. L’anno scorso, ricordo che ho incontrato la Mina, la supersegretaria del mio supercapo, che è un’arpia, sa torturare così bene che in giro la si chiama Crudelia De Monde, mi ha abbracciato “Auguri cara, ma che bambini meravigliosi!” e poi girandosi verso mio marito ha cominciato a cantare le mie lodi che se non la conoscessi mi sarebbero sembrate vere! Ma a guardarla così sembrava davvero contenta di avermi incontrata e quasi quasi ero contenta anch’io.
Non ho nessuna voglia di Natale. Questa è la verità.
Tra l’altro mi serve proprio il lievito. Qualcosa mi devo inventare. Ho dei vicini che non vedo quasi mai, a volte penso di avere per vicini dei fantasmi. Dei fantasmi un po’ curiosi e se anche torni alle due di notte vedi la tendina che si scosta. Per il resto, per carità, mai un lamento, mai! Non ho scelta, prendo Luca in braccio, Manuela per la mano e decisa mi avvio. Suono. Una volta sola. Nessun rumore. Neanche un fruscio. Sto per fare dietro front quando la porta si apre. Mi sembra ancora più vecchia di quando la vedo dietro la tendina.
“Cara, come sono contenta, oh! Questi due bei cuccioletti! Entrate, entrate!” Manuela come un fulmine lascia la gonna e corre verso il camino, seduto in poltrona, la coperta sui piedi, gli occhiali sulla punta del naso, il marito ci guarda.
“Lo sapevo che Natale anche quest’anno mi avrebbe regalato qualcosa! Succede sempre un miracolo a Natale!” dice la donna.
“Miracolo?”
chiede Manuela
“Racolo, Racolo” ripete Luca dimenandosi tutto.
“Siete venuti a trovarci, questo è il miracolo!”
“Non capisco, miracolo” continua Manuela “Racolo, Racolo” fa eco Luca.
“E’ un dono! Un regalo!” Manuela non capisce.
“Mi scusi, ci scusi tanto, e che.. insomma, non ho comprato i lievito e, mi chiedevo se … insomma ha del lievito da prestarmi?” Manuela imperterrita continua a chiedere del dono, del miracolo e Luca tutto agitato per la parola nuova non fa che urlare “Racolo! Racolo!”, il vecchio si toglie gli occhiali:
“Chi di voi due mi dice per primo come si chiama avrà una caramella” i bambini corrono verso di lui e poi si siedono ai suoi piedi e …. strano, non parlano e non si agitano e non si muovono e guardano fisso il camino, il fuoco … mio dio! Certo per loro è una novità non lo hanno visto!
“Ecco il lievito!”
“Grazie, mi scusi adesso tolgo il disturbo”
“Non disturba cara, non disturba! Venga, venga a sedersi con noi vicino al fuoco!”. Dice la donna indicando il camino. Vorrei andare, lo so che dovrei andare ma mi avvicino e mi siedo.
“Adesso vi racconto la storia del Natale. Ero piccolo…” dice aggiustandosi la coperta sulle ginocchia.
“Come me?” chiede Manuela
“Forse avevo qualche anno in più di te, forse. Avevo appeso la calza al camino e non sapevo cosa chiedere a Babbo Natale, veramente lo sapevo, ma allora anche Babbo Natale era povero” Manuela spalanca i suoi occhini marroni “Povero?”
“Povero, tutti erano poveri, e non potevo chiedere qualcosa che non poteva regalarmi, allora stavo davanti al camino con la calza in mano e non sapevo proprio cosa chiedere. La mamma vedendomi triste e indeciso mi suggerì – privati della cosa che ami di più e chiedi quello che desideri a Babbo Natale e vedrai che lui cercherà in tutti i modi di accontentarti – Avevo una palla di vetro colorata, una biglia, ci giocavo tutti i giorni e la portavo sempre con me. Sapevo che a Mario, il mio amico, piaceva, allora presi la biglia, la misi dentro un sacchetto di stoffa e gliela portai. Tornai di corsa davanti al camino e appendendo la calza espressi il mio desiderio. Al mattino mi precipitai a prendere la calza e quando la sentii così leggera mi venne da piangere. “Aprila!” disse la mia mamma, io l’aprii: c’erano tanti pezzetti di carta, mille pezzetti di carta, e su ogni pezzetto c’era scritta una parola. “Se le leggi con cura, le scegli una ad una, le metti l’una dietro l’altra, vedrai che verrà fuori una bella storia. Non era quello che volevi?” disse la mia mamma, per la verità avevo chiesto un libro ma guardando tutte quelle parole capii che mettendole una in fila all’altra forse riuscivo a costruire più di una storia, e cosa è un libro se non una bella storia? Babbo Natale me ne aveva regalato mille o forse più. E quello per me fu il regalo più bello che avessi mai ricevuto”
Non riesco a fermarle le parole:
“Quando ero piccola al mio paese, a Natale, c’era sempre la neve, si stava davanti al camino a raccontare le storie” e non mi riesce proprio di bloccarle le parole
“Mi manca, mi manca tanto la neve!”
I due vecchietti mi guardano e hanno qualcosa dentro gli occhi e mi sembra di vederli per la prima volta e penso che il fantasma forse ero io.
Manuela “Racconta, racconta la storia di Pinocchio! Una volta sola, una sola!”
dice rivolta al signore seduto in poltrona.
Non sento le parole, ascolto solo il suono.
Il fuoco scoppietta nel camino, seguo le lingue della fiamma che si allungano, si dividono, si torcono e scompaiono. Dal camino si alza la voce di mio padre che canta la canzone del Natale, mia madre racconta, la neve cade lenta a coprire la montagna, i tetti, la strada, il silenzio della sera..
“Quetta, mamma, cotè quetta?” Luca col dito mi tocca la lacrima che è scivolata fino al naso. L’asciugo in fretta “E’ il fumo del camino che mi fa lacrimare” dico prendendolo in braccio. Ringrazio, saluto e torno a casa, preparo la farina, Manuela prende la sua pecora di peluche e comincia a raccontare, parla piano a bassa voce, “Cosa racconti Manu?” chiedo “Non posso dirtelo, sto chiedendo al Natale di farti un regalo, mi ha detto la formula magica” “Chi ti ha detto la formula magica?” “Il signore, prima, il nonno vicino al fuoco” “Agica, agica, nionno, nionno” ripete Luca spostando le pecore nel presepe e mettendole tutte addossate alla capanna. Sorrido. Apro la finestra e mi sembra di sentire il profumo bianco della neve. Questa notte nevica, penso, ma so che è solo un desiderio il mio.
E’ quasi mezzanotte, ho riassettato la cucina e vestito i bambini, tra poco mi chiuderò la porta alle spalle per andare in chiesa. Mia figlia ha tra le mani la pecorella di peluche da cui non si separa mai. E’ tardi! E’ difficile districarsi tra tutte queste persone che si affollano verso la chiesa, mio marito ci ha fatto scendere ed è andato a parcheggiare, Manuela lascia la mia mano, è un attimo non vedo più il suo cappottino rosso in mezzo a tutta questa gente, prendo Luca in braccio e comincio a chiamarla, “Ela, Ela” ripete Luca, spingo, urlo, cerco una macchia rossa, mio dio la mia bambina! Guardo la strada, le macchine, la gente, “Manuela!” urlo, e poi la vedo, parla con Francesca la sua amica, sorridono le due bambine e chiacchierano e io arrivo trafelata e l’afferro per il cappottino rosso e lei mi guarda e nei suoi occhi c’è come una domanda, si lascia trascinare e guarda ancora Francesca che allunga la mano verso la sua pecora, quella pecora di peluche bianca che non lascia mai neanche quando dorme, quella pecora mezzo spelacchiata che si stringe al petto! Mi strattona, si libera, corre verso la sua amica porgendole la pecora, Francesca l’afferra e la stringe al petto, lei torna da me e non si volta indietro neanche una volta.
Neanche una.
Se allungo il piede destro sono dentro il portone della chiesa, alzo la testa: il fiocco di neve brilla contro la luce della luna facendo lente giravolte nell’aria fino a posarsi bianco sul cappotto rosso. Manuela batte le mani “Ha funzionato!” “Scc.. sc.. cosa ha funzionato?”
“Il miracolo, il miracolo del Natale!” alza la testa all’aria, allunga le mani cercando di acchiappare i grossi fiocchi.
Li sento leggeri posarsi sui capelli, sul cappotto, sulle ciglia, tiro fuori la lingua: un fiocco si posa e si scioglie.
“Neve, neve!” dice Luca senza spezzare la parola a metà.
La sua prima parola piena.
La campana suona la mezzanotte: è Natale!
Dicembre 29, 2007 alle 8:44 am |
ringrazio di cuore Lucia per aver inviato questo racconto molto bello: Sante ne sarà felice!
ricordo che cliccando sui termini contrassegnati da un diverso colore (qui: Nazione indiana e Lucia Marchitto) si può accedere ai siti di riferimento.
un abbraccio a tutti
fabrizio
Dicembre 29, 2007 alle 6:36 pm |
Un fiocco di neve,soffice,candida,trasparente come il desiderio di chi l’ha evocata per offrirla in dono d’amore.
Grazie a te Lucia anche da parte mia.
jolanda
Dicembre 29, 2007 alle 10:34 pm |
è una piccola cosa quella che ho portato come dono, ma mi piace pensare che nella vita, questa vita che ogni giorno maltrattiamo, ci sia un piccolo fiocco di neve che ancora ci fa stupire, penso che fino a quando conserveremo la facoltà di stupirci di fronte alle piccole cose e ai piccoli gesti, tutto in fondo andrà bene.
Ricordo che avevo dieci anni e stavo in un letto d’ospedale, ci sono stata quasi due anni e ciò che mi ha salvato sono state le storie che leggevo o inventavo. E i libri me li portava mio padre, lui che era analfabeta aveva capito quanto fosse importante per me fuggire via da quel letto attraverso le parole. Mi sento molto vicina a Sante anche per questo. Grazie a Fabrizio e Jolanda, a Sante un forte abbraccio. Lucia
Dicembre 30, 2007 alle 11:48 am |
Cara Lucia, Scusami se ti dò del tu, ma diversamente non potrei proprio. Il tuo racconto, nella sua essenza di particolari quanto mai piacevoli, mi ha fatto tornare alla Messa di mezzanotte del 24 dicembre scorso.
Solo che in quella occasione ognuno di noi ha chiesto al Bambino Gesù
qualcosa di strettamente personale e non dei fiocchi di neve, così come hai chiesto tu, dopo essere stata a trovare i tuoi vicini. E’ perchè, almeno io credo, tu hai donato loro un attimo di vera vita, portando con te i
tuoi figli Manuela e Luca, anche se con la scusa del lievito: li hai riempiti di gioia e felicità e questa gioia ha fatto sì che tu potessi soddisfare il tuo desiderio di neve, anche se la luna brillava alta nel cielo.
Sto rileggendo per l’ennesima volta il tuo racconto: quello che mi colpisce
particolarmente è la abbondanza di particolari, che non disturbano, anzi
fanno sì che si gusti appieno tutto il racconto!
Senza che sia un cruccio per te, ma potrei avere un altro racconto? anche una prosa così limpida può dare gioia!
Ti abbraccio caramente
Sante
Dicembre 30, 2007 alle 3:08 pm |
Caro Sante,
mi fa piacere che ti sia piaciuto il mio racconto, perché è un racconto nel senso che l’ho inventato anche se alcuni dei fatti descritti sono realmente accaduti. Spesso i miei racconti, ma anche i romanzi, sono interpretati come autobiografici perché ci metto sempre una dovizia di particolari.
Ho scritto una gran quantità di racconti ma sono tutte raccolte in cui ogni racconto è comprensibile perché legato al precedente o al seguente, sono come pezzi di puzzle, perciò ti mando questa favola brevissima, poi se riesco a trovarne altri leggibili da soli te li invierò. Intanto ti abbraccio e ti saluto augurandoti una buona giornata.
“La lepre
La luna appesa in una giornata di sole sbiancava la faccia alle spighe di grano che avevano avuto l’ardire di crescere in mezzo al bosco.
Quando la lepre uscì dalla tana, nel momento di spiccare il salto, si rese conto di non essere nel suo bosco.
Restò fermo il salto sul bordo della tana, restarono ferme le zampe nell’aria, si allargò il muso nella ricerca del solito odore. Le spighe di grano erano irte e pungenti non poteva saltare senza farsi del male allora, strisciando sulla pancia, si allontanò dalla tana.
Strisciò per lungo tempo alla ricerca del suo bosco e del suo salto alla fine stremata chiuse gli occhi.
Ahi! – L’urlo riempì il bosco attraversandolo.
Tra le due orecchie, proprio in mezzo alla fronte della lepre, si era conficcata la punta di una spiga.
“Perché mi ferisci così tu, tu che sei venuta a crescere in un posto che non è il tuo?” disse la lepre.
“Volevo solo svegliarti! Nessuno mi può impedisce di crescere in un bosco! Il bosco non è tuo!” Rispose la spiga.
“Il bosco non è fatto per far crescere il grano. Il grano cresce nella pianura perché il bosco appartiene alle lepri. Da sempre”.
“Dici così soltanto perché hai paura, hai paura di una spiga come me che non può neanche correre”.
“Però sai pungere bene ed ostacolare il mio salto!”
Una folata di vento si infilò dentro il bosco facendo ondeggiare le spighe. La lepre le vide curvarsi e si acquattò ancora di più contro il terreno.
Le spighe si piegavano e si alzavano come onde sulla sua testa e il respiro divenne sempre più affannoso. Sapeva che doveva fare qualcosa ma non riusciva a capire cosa.
La voce della spiga si sollevò sopra il fruscio del vento:
“Io cresco dove cade il mio seme e non ho paura né del bosco né delle lepri perché io ho solo questa opportunità per vivere e lo voglio fare fino in fondo. Tu invece pensi che questo posto sia tuo e non sai dividerlo con nessuno, sei tu che pungi e non io!”
La lepre ascoltò le parole della spiga e la paura, piano piano, rientrò dalle orecchie e dalla punta dei piedi fino al cuore, lentamente la sentì rimpicciolire fino a sparire. Piano, piano, si sollevò dalla terra, le zampe anteriori contro il muso, le orecchia dritte, gli occhi spalancati ad abbracciare quel bosco pieno di spighe, spiccò il salto, si divisero le spighe al suo passaggio, si allargarono le narici al nuovo odore, guardarono gli occhi la faccia bianca della luna appesa nel cielo azzurro….
Corre ancora la lepre senza paura…”
Dicembre 30, 2007 alle 9:56 pm |
Ciao, Sante, ti mando un abbraccio forte nella speranza che il nuovo anno possa portare quelle novità, tanto attese, che ti permettano di migliorare.
Ancora grazie a te, a Fabrizio e a tutti coloro che frequentano il blog: a leggere le poesie, le riflessioni e quest’ultimo racconto mi si apre il cuore, ci sono così tanti spunti e particolari che permettono di sognare e di pensare ad un mondo migliore di qurllo che viviamo…
Grazie, e auguri. Fabio,
Dicembre 30, 2007 alle 11:10 pm |
grazie, amici.
ho inserito un racconto di Eleonora Bernardi, sorella di Sante: penso che per lui sarà davvero un bel regalo per l’ultimo dell’anno!
un abbraccio a tutti
fabrizio
Gennaio 10, 2008 alle 10:23 am |
Era quasi mezzanotte.
La sagoma di uno sconosciuto avanzava tra la foschia a passo solerte.
Mike, come ogni sera, si attardava a quell’ora per chiudere la porta del suo retrobottega, situato nello stesso stabile dove abitava.Neppure si accorse che la porta non si chiudeva, poiché vi era interposto il piede di costui; che sospinse il battente e, nell’entrare, prese posto su di un vecchio sgabello dove sedé, con aria alquanto trasandata e sospirò:- Questo è il mio trono.Mike, stranamente, non reagì, come chiunque al suo posto avrebbe fatto in una tale circostanza; bensì si accomodò di fronte a lui.Un piccolo presepe fra i due fu complice della situazione.Mike aveva curato nei minimi particolari quel presepe, inserendovi quanti più personaggi aveva potuto, e dedicando molte attenzioni alla riproduzione della natività; d’altronde, era il suo mestiere da sempre.Lo sconosciuto sollevò un personaggio, ritratto nell’atteggiamento di chi cerca cibo per sfamarsi:- Perché l’hai posto davanti all’osteria, e nessuno gli dà niente?
Disse, rivolgendosi a Mike.- Non ne ho idea.- Come! non ne hai idea?- E’ lì, senz’altro per riempire la scena.- Bene!Sopraggiunse lo sconosciuto, nel sollevare un nuovo personaggio con in mano un cappello vuoto, in cerca di elemosina:- Perché l’hai posto fra signorotti, e nessuno gli dona qualche spicciolo?- Non ne ho idea.- Come! non ne hai idea?- E’ lì, senz’altro per riempire la scena.Ammiccò lo sconosciuto, nel sollevare questa volta, una vecchietta distesa al suolo, in cerca d’aiuto per risollevarsi dal terreno sdrucciolo:- Perché l’hai posta fra tanta gente, e nessuno le porge la mano per rialzarla?- Non ne ho idea.- Come! non ne hai idea?- E’ lì, senz’altro per riempire la scena.- Bene!Il ritornello, sempre uguale a ogni gesto, si ripeté più volte.Fin quando, l’uomo nel sollevare una pecorella che zoppicava, la ripose senza più fare domande, al fianco del bambinello.Per Mike, la pazienza aveva raggiunto il suo limite; con voce alta rimostrò:- Non vedi, che hai completamente rovinato la mia opera?- Non quanto te.Ribatté autoritario, quell’uomo.- Ora, neanche più la pecorella zoppa, ti va bene.- Certamente, non l’ho spostata per riempire la scena.Rispose quell’uomo, con tono sentenzioso.- Quanti anni ho speso! – riprese Mike, mentre tentava a testa bassa, di rimettere ordine, secondo il suo ordine… – Per renderla quanto più verosimile, nonostante il trascorrere dei tempi!- Infatti.Quell’infatti rimbombò, alla pari del boato del vento, che in quell’istante scatenò la sua forza, e tentò di aprire la porta di Mike, ma sbatté contro un muro.Di colpo Mike alzò la testa e il suo cuore sussultò; raggiunse l’uscio e vide: la luce di un nuovo giorno.Si precipitò dentro, ma quell’uomo era svanito nel nulla; con lui, la sua pecorella zoppa.Tornò correndo verso l’uscio, con inconsapevole speranza, e i suoi occhi, videro solo: tanta oscurità.Chiuse la porta. Vi s’inginocchiò dietro… e il pendolo, rintoccò mezzanotte.
tantissimi auguri pregherò per te.Angela